Case study: “Dal fundraising di facciata al fundraising dal basso” – ETS di Quartiere
L’Associazione Immaginaria “Radici di Quartiere ETS”, ente del Terzo Settore con sede in una città di medie dimensioni, lavora da anni su progetti culturali e sociali di quartiere. Le campagne di raccolta fondi arrancano: newsletter curate, video emozionali, eventi annuali… eppure i risultati restano modesti. Nel linguaggio ufficiale si parla di “produzioni dal basso”, “community engagement”, “solidarietà partecipata”, ma le decisioni sul fundraising e crowdfunding sono prese da un ristretto gruppo di vertice: presidente, tesoriere e qualche fedelissimo. Volontari, professionisti e beneficiari fungono da “comparse” – foto, testimonianze, applausi – senza spazio per co-creare strategie o criticare l’approccio.
Il presidente accumula ruoli multipli: guida l’associazione provinciale, vari circoli locali (tra cui spazi culturali e sociali), il CSV territoriale che dovrebbe supportare tutto il volontariato, e si candida alle regionali e comunali con liste civiche. Questa rete blocca ogni spazio partecipativo: risorse (uffici, attrezzature, volontari) finiscono in attività politiche o eventi di visibilità personale, non in fundraising e crowdfunding etico e autentico.
La crisi esplode con la campagna “Un futuro per il quartiere”, top-down e fallimentare (obiettivo raggiunto al 35%). Emergono frustrazioni: “Parliamo di partecipazione ma decide solo la presidenza o i più anziani”, “I nostri spazi servono più alla propaganda elettorale che ai progetti”, “Noi volontari, donatori, professionisti siamo in burn-out, non vediamo un futuro e pensiamo sia il quartiere a non rispondere alle nostre azioni”.
Come risolvere lo stallo
Domanda guida: “Come rendere il fundraising e crowdfunding indipendente dalla leadership personale e aperto al quartiere, qui e ora?”
Strategia: "Una giornata per ripensare il fundraising davvero dal basso, con la tecnica Open Space Technology (OST)"
Invitati: staff, volontari, beneficiari, donatori ricorrenti, partner locali. Patto: niente PowerPoint, agenda costruita in loco, libertà totale di movimento.
Cos'è la Open Space Technology?
La Open Space Technology (OST) è una metodologia di facilitazione per incontri in cui i partecipanti costruiscono da soli l’agenda intorno a un tema centrale, lavorando in modo auto‑organizzato e molto partecipativo.
La OST è un metodo per creare workshop e meeting anche molto numerosi (da poche persone fino a centinaia o migliaia) in cui ci si concentra su una questione chiave comune. L’agenda non è definita in anticipo: chi partecipa propone i temi, sceglie a quali gruppi unirsi, si muove liberamente tra le discussioni e contribuisce dove sente più interesse e responsabilità. È stata ideata negli anni ’80 da Harrison Owen come alternativa alle conferenze tradizionali, dopo aver osservato che le parti più utili spesso erano le pause caffè, dove le persone parlavano liberamente di ciò che davvero stava a cuore.
Piccola digressione: autoritarismo nella politica e nel Terzo Settore
Questo modello riflette un autoritarismo “morbido” diffuso in politica e associazionismo: il leader si presenta come indispensabile, usa le sigle ETS come piattaforma elettorale e vincola risorse collettive a progetti personali. È un’autorità paternalista che parla di “popolo” ma centralizza potere, trasformando volontari in militanti e spazi dell'ETS o degli amici dell'ETS in comitati elettorali. Come notava Hannah Arendt, l’autoritarismo erode lo spazio pubblico sostituendolo con lealtà personali – qui, il fundraising e il crowdfunding ne pagano il prezzo, perché donatori e comunità fiutano l’opacità e si ritirano (e spesso rimangono solo i "militanti", gli "eterni incerti" o "chi vuole raggiungere una posizione politica"= movimento politico travestito da ETS).
Temi che possono emergere in OST:
“Chi decide campagne e budget: presidente o collettivo?”
“Spazi ETS per eventi politici o per laboratori (produzioni dal basso, fundraising, campagne, ecc)?”
“Candidature: come separare mission sociale da ambizioni personali?”
“Trasparenza: mostriamo bilanci, obiettivi, valutazioni prima di ogni campagna?”
Alcune proposte risolutive
Gruppi auto-organizzati producono output concreti: circolo misto per strategie fundraising e crowdfunding (rotazione ruoli), bilancio separato attività politiche vs mission ETS, micro-eventi di quartiere autogestiti, cambio consiglio direttivo costituito dai volontari attivi.
Risultati attesi:
Dopo un anno: donatori regolari +25%, eventi decentrati, fiducia ricostruita. Il fundraising e crowdfunding diventa pratica collettiva, non estensione dell’ego presidenziale.
Check list “Rendere il nostro fundraising davvero dal basso”
1. Intenzione e invito
Domanda guida situata e provocatoria? (es. “Come finanziamo senza dipendere da un solo leader?”)
Invitati reali stakeholder (non solo fedelissimi): volontari critici, beneficiari, donatori “difficili”?
Leadership pronta a non difendere lo status quo?
2. Spazio “pulito”
Risorse (spazi, tempo) usate per OST, non per auto-promozione?
Patto esplicito: “Qui non si legittimano decisioni prese altrove”.
3. Durante l’OST
Bacheca agenda: temi su conflitti di ruolo, opacità obiettivi e principi ispiratori, uso spazi?
Legge dei due piedi applicata (nessuno blocca discussioni “scomode”)?
Output: “Chi fa cosa, entro quando” per ogni proposta.
4. Follow-up
Riunione a 30 giorni: cosa implementato, cosa scartato (e perché)?
Bilancio pubblico: risorse politiche vs fundraising/campagne
Nuovo OST semestrale per iterare.
Leggenda termini tecnici
OST: Metodo partecipativo; partecipanti creano agenda su tema comune.
CSV: Centro Servizio Volontariato; supporta ETS, deve essere imparziale.
ETS: Enti Terzo Settore; non-profit con funzione sociale.
Bottom-up fundraising: Strategie nate da comunità, non vertice.
Legge due piedi: Muoviti se non contribuisci/impari.



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